Passando tutti i documenti delle cartelle del computer - con l'intenzione di eliminare i file superflui - ritrovo un breve racconto scritto alcuni anni fa.
Ero andata in vacanza ad Arles, senza sapere che era proprio il periodo in cui si svolgevano le corride; pensando all'orrore di quella che continuano a chiamare "tradizione", mi sono domandata quali sentimenti animassero il cavallo, nel momento in cui vedeva uccidere brutalmente un altro essere vivente davanti ai suoi occhi.
Il risultato è stato questo breve testo.
La folla comincia a farsi sentire.
L’agitazione cresce e se ne va, come una scintilla che crepita intensamente per
pochi secondi, per poi morire, definitivamente. Giusto un paio di battiti di
ciglia. Per poi ricominciare. Tante volte. Troppe, forse, per reggere.
Inizio a scalpitare. Capisco che anche questa
volta tutto è già scritto. Stabilito, da colui che da tre anni mi domina e mi
umilia. Da colui che mi rende apatico. Da colui che mi costringe ogni settimana
a ripetere questo rito demoniaco, dove la morte, il sangue, la violenza, lo
sporco, l’ansia che stringe lo stomaco si sovrappongono e si uniscono in un
circolo infinito. Mani mi buttano sulla schiena le mie catene, senza le quali
non mi avrebbero mai domato.
Prevaricazione.
Stringono sullo stomaco, fino a quando inizio
a soffocare.
Ansimo.
Solo ora capisco che non sono io, il cavallo,
il centro dello spettacolo. Solo ora, ascoltando bene, sento oltre il serraglio
alle mie spalle, zoccoli duri, forti, che agguantano sabbia e scalciano e
graffiano e fremono. Narici che si dilatano e si contraggono e si dilatano
ancora.
Si dice che la paura abbia un odore: è falso.
La paura è un insieme vivo di azioni e gesti.
Questa serie di atti trasmette a chi è vicino una sensazione di irrevocabilità,
di angoscia e di orrore. Non c’è nessun odore nei corpi di chi sta per morire.
Non devono avere nessun odore, altrimenti il nemico li scoprirebbe subito.
Il toro puzza, è vero, lo sento. Il suo puzzo
è chimico, emana l’odore delle droghe che gli danno per renderlo più innocuo,
più remissivo, meno aggressivo, ma comunque cosciente. Consapevole fino al
punto finale.
Prima di uscire ed essere dato in pasto al
pubblico è tenuto al buio, nessuna luce filtra nella sua tana. Odore di narcotici
che vogliono sfinirlo ancor prima di iniziare.
Puzza di escrementi: troppe sono le purghe
usate per indebolirlo. Sento sacchi pieni di sabbia sbattuti sulla pelle tesa
dell’animale.
Angoscia.
Non credo di farcela questa volta, non posso,
non voglio, non voglio uccidere, non voglio entrare.
No. Tenetemi fuori da tutto questo.
Non posso impedirmi di vedere gli ultimi
preparativi: aghi, nel duro cuoio; vaselina, negli occhi scuri e profondi;
stoppa, nel naso trepidante. Gli manca il respiro, non capisce cosa gli stia
succedendo, non capisce perché tutti ce l’abbiano con lui.
E, ad un tratto, volge gli occhi a me. Nel
suo sguardo vedo racchiusa un’esistenza intera: la vita trascorsa in un recinto
asfissiante, il lontano ricordo di un amico che ogni sera lo carezzava a lungo,
poi ancora bastonate, umiliazioni e tormenti. Io non riesco a sopportarlo,
questo sguardo dai mille significati. Questo sguardo che mi entra nello stomaco
per fermarsi lì, fisso. E mi giro.
Penso a me stesso. La maglia di ferro che mi
buttano sul dorso mi fa male, mi taglia la pelle. Io non ho la pelle dura come
quella bestia là.
Pensandoci bene, se non fosse per lui,
neanche io soffrirei. Neanche io sarei qui.
E adesso lo disprezzo, lo disprezzo perché mi
fa spasimare.
Un altro sguardo, però, e qualcosa di umido
mi bagna il naso. Ma, si sa, gli animali non possono piangere. Sarà dell’acqua
caduta da chissà dove.
Un uomo mi salta sulla schiena, e rotelle
acuminate mi penetrano i fianchi. Se solo potessi correre via da questo carnaio
e andare via, magari in un prato infinito, dove potrei correre, saltare,
mangiare tutta l’erba che voglio. E magari incontrare degli amici. Amici…
Non c’è più tempo per pensare. Devo entrare
nella piazza con la sabbia, sabbia che serve per raggrumare il sangue ed
evitare di sentirne il puzzo.
Anche il toro entra, lo sguardo vacuo, non
capisce. Come potrebbe capire? Chi mai potrebbe capire la follia di situazioni
fuori da ogni logica? Chi mai potrebbe voler uccidere per divertimento? Una
ragione dovrà pur esserci. Un motivo per spiegare tanta rabbia e brutalità
dovrà esistere.
Una causa per dare un senso a tutti quei
seducenti vestiti usati per ammazzare c’è. Ne sono sicuro.
Ho sentito parlare di una donna che sosteneva
che il Male si trova negli atti quotidiani, nella vita di tutti i giorni e
nella rabbia repressa degli uomini che ci camminano vicino.
Uomini e donne che non penseremmo capaci di
commettere la minima ingiustizia. Uomini e donne che, invece, uccidono.
Routine giornaliera, spezzata da un evento. Un
episodio fortuito che li costringe a cambiare vita, a diventare le persone che
non sono o che non avrebbero mai pensato sarebbero potute diventare. Ma
veramente saremmo tutti capaci di uccidere? Pure io, anche se sono cavallo e
non uomo, potrei uccidere qualcuno? Fare del male? Io non credo.
Non credo ne avrei il coraggio.
Il tempo inizia a scorrere velocemente,
sempre più forte, rapido, non si ferma più e a malapena riesco a capire cosa
succede, la mente si annebbia ed è solo l’istinto che mi guida, l’istinto che
mi dice che qualcosa non sta andando come dovrebbe andare. Il toro dovrebbe
essere già agonizzante sulla sabbia, a rantolare e fissare il cielo in una
preghiera incapace di parole e fatta solo di sguardi verso l’azzurro.
Invece, non è il toro a trovarsi per terra e
ad agonizzare: ma è lui. È l’uomo dai vestiti sgargianti e preziosi: è l’uomo
che uccide a trovarsi per terra e a fissare moribondo gli occhi dell’animale
muscoloso e drogato.
Nello sguardo di entrambi intravedo
un’incredulità che non pensavo avrei potuto scorgere.
Ma è questione di un attimo.
Gli occhi vitrei del toro si fanno rossi,
rossi come il sangue che sgorga dalla bocca dell’umano e si raggruma nella
sabbia.
L’animale ha capito: i ruoli si sono
invertiti. Ora è lui ad avere il potere di cambiare le carte in tavola. È lui
che può decidere della vita e della morte dell’uomo i cui occhi lo fissano
terrificati. È lui che deve decidere se lasciar vivere o morire. Nella piazza
nessuno si muove: sanno che qualsiasi movimento potrebbe essere fatale.
Ed è in questi istanti che qualcosa succede.
Il toro muove gli occhi, prima a destra, poi a sinistra. E, di nuovo, le sue
pupille dilatate incontrano il mio sguardo. Un’occhiata veloce, ma sufficiente
a capire il messaggio silenzioso che circola dai miei occhi ai suoi, velocemente,
nell’elettricità attorno a noi.
L’uomo non può vivere. Deve morire. Il
destino del toro è comunque segnato. Quello dell’uomo è ancora tutto da
scrivere. E, ora, il toro è finalmente in grado di scrivere.
Carnefice che diventa vittima. Vittima che
diventa carnefice.
Dopo alcuni secondi di agghiacciante
silenzio, la folla esplode. La schizofrenia dilaga e i ruoli si ristabiliscono.
Basta un colpo di pistola perché l’animale si accasci a terra, l’uomo venga
circondato da altri uomini e io sia trascinato via.
Gli occhi del toro possono così finalmente fissare
l’azzurro di un cielo infinito e, nell’ultimo luccichio degli occhi
dell’animale, si intravede una profonda tranquillità.


