domenica 20 maggio 2012

Dalla parte del cavallo







Passando tutti i documenti delle cartelle del computer - con l'intenzione di eliminare i file superflui - ritrovo un breve racconto scritto alcuni anni fa. 
Ero andata in vacanza ad Arles, senza sapere che era proprio il periodo in cui si svolgevano le corride; pensando all'orrore di quella che continuano a chiamare "tradizione", mi sono domandata quali sentimenti animassero il cavallo, nel momento in cui vedeva uccidere brutalmente un altro essere vivente davanti ai suoi occhi.

Il risultato è stato questo breve testo.

La folla comincia a farsi sentire. L’agitazione cresce e se ne va, come una scintilla che crepita intensamente per pochi secondi, per poi morire, definitivamente. Giusto un paio di battiti di ciglia. Per poi ricominciare. Tante volte. Troppe, forse, per reggere.
Inizio a scalpitare. Capisco che anche questa volta tutto è già scritto. Stabilito, da colui che da tre anni mi domina e mi umilia. Da colui che mi rende apatico. Da colui che mi costringe ogni settimana a ripetere questo rito demoniaco, dove la morte, il sangue, la violenza, lo sporco, l’ansia che stringe lo stomaco si sovrappongono e si uniscono in un circolo infinito. Mani mi buttano sulla schiena le mie catene, senza le quali non mi avrebbero mai domato.
Prevaricazione.
Stringono sullo stomaco, fino a quando inizio a soffocare.
Ansimo.
Solo ora capisco che non sono io, il cavallo, il centro dello spettacolo. Solo ora, ascoltando bene, sento oltre il serraglio alle mie spalle, zoccoli duri, forti, che agguantano sabbia e scalciano e graffiano e fremono. Narici che si dilatano e si contraggono e si dilatano ancora.
Si dice che la paura abbia un odore: è falso.
La paura è un insieme vivo di azioni e gesti. Questa serie di atti trasmette a chi è vicino una sensazione di irrevocabilità, di angoscia e di orrore. Non c’è nessun odore nei corpi di chi sta per morire. Non devono avere nessun odore, altrimenti il nemico li scoprirebbe subito.
Il toro puzza, è vero, lo sento. Il suo puzzo è chimico, emana l’odore delle droghe che gli danno per renderlo più innocuo, più remissivo, meno aggressivo, ma comunque cosciente. Consapevole fino al punto finale.
Prima di uscire ed essere dato in pasto al pubblico è tenuto al buio, nessuna luce filtra nella sua tana. Odore di narcotici che vogliono sfinirlo ancor prima di iniziare.
Puzza di escrementi: troppe sono le purghe usate per indebolirlo. Sento sacchi pieni di sabbia sbattuti sulla pelle tesa dell’animale.
Angoscia.
Non credo di farcela questa volta, non posso, non voglio, non voglio uccidere, non voglio entrare.
No. Tenetemi fuori da tutto questo.
Non posso impedirmi di vedere gli ultimi preparativi: aghi, nel duro cuoio; vaselina, negli occhi scuri e profondi; stoppa, nel naso trepidante. Gli manca il respiro, non capisce cosa gli stia succedendo, non capisce perché tutti ce l’abbiano con lui.
E, ad un tratto, volge gli occhi a me. Nel suo sguardo vedo racchiusa un’esistenza intera: la vita trascorsa in un recinto asfissiante, il lontano ricordo di un amico che ogni sera lo carezzava a lungo, poi ancora bastonate, umiliazioni e tormenti. Io non riesco a sopportarlo, questo sguardo dai mille significati. Questo sguardo che mi entra nello stomaco per fermarsi lì, fisso.  E mi giro.
Penso a me stesso. La maglia di ferro che mi buttano sul dorso mi fa male, mi taglia la pelle. Io non ho la pelle dura come quella bestia là.
Pensandoci bene, se non fosse per lui, neanche io soffrirei. Neanche io sarei qui.
E adesso lo disprezzo, lo disprezzo perché mi fa spasimare.
Un altro sguardo, però, e qualcosa di umido mi bagna il naso. Ma, si sa, gli animali non possono piangere. Sarà dell’acqua caduta da chissà dove.
Un uomo mi salta sulla schiena, e rotelle acuminate mi penetrano i fianchi. Se solo potessi correre via da questo carnaio e andare via, magari in un prato infinito, dove potrei correre, saltare, mangiare tutta l’erba che voglio. E magari incontrare degli amici. Amici…
Non c’è più tempo per pensare. Devo entrare nella piazza con la sabbia, sabbia che serve per raggrumare il sangue ed evitare di sentirne il puzzo.
Anche il toro entra, lo sguardo vacuo, non capisce. Come potrebbe capire? Chi mai potrebbe capire la follia di situazioni fuori da ogni logica? Chi mai potrebbe voler uccidere per divertimento? Una ragione dovrà pur esserci. Un motivo per spiegare tanta rabbia e brutalità dovrà esistere.
Una causa per dare un senso a tutti quei seducenti vestiti usati per ammazzare c’è. Ne sono sicuro.
Ho sentito parlare di una donna che sosteneva che il Male si trova negli atti quotidiani, nella vita di tutti i giorni e nella rabbia repressa degli uomini che ci camminano vicino.
Uomini e donne che non penseremmo capaci di commettere la minima ingiustizia. Uomini e donne che, invece, uccidono.
Routine giornaliera, spezzata da un evento. Un episodio fortuito che li costringe a cambiare vita, a diventare le persone che non sono o che non avrebbero mai pensato sarebbero potute diventare. Ma veramente saremmo tutti capaci di uccidere? Pure io, anche se sono cavallo e non uomo, potrei uccidere qualcuno? Fare del male? Io non credo.
Non credo ne avrei il coraggio.
Il tempo inizia a scorrere velocemente, sempre più forte, rapido, non si ferma più e a malapena riesco a capire cosa succede, la mente si annebbia ed è solo l’istinto che mi guida, l’istinto che mi dice che qualcosa non sta andando come dovrebbe andare. Il toro dovrebbe essere già agonizzante sulla sabbia, a rantolare e fissare il cielo in una preghiera incapace di parole e fatta solo di sguardi verso l’azzurro.
Invece, non è il toro a trovarsi per terra e ad agonizzare: ma è lui. È l’uomo dai vestiti sgargianti e preziosi: è l’uomo che uccide a trovarsi per terra e a fissare moribondo gli occhi dell’animale muscoloso e drogato.
Nello sguardo di entrambi intravedo un’incredulità che non pensavo avrei potuto scorgere.
Ma è questione di un attimo.
Gli occhi vitrei del toro si fanno rossi, rossi come il sangue che sgorga dalla bocca dell’umano e si raggruma nella sabbia.
L’animale ha capito: i ruoli si sono invertiti. Ora è lui ad avere il potere di cambiare le carte in tavola. È lui che può decidere della vita e della morte dell’uomo i cui occhi lo fissano terrificati. È lui che deve decidere se lasciar vivere o morire. Nella piazza nessuno si muove: sanno che qualsiasi movimento potrebbe essere fatale.
Ed è in questi istanti che qualcosa succede. Il toro muove gli occhi, prima a destra, poi a sinistra. E, di nuovo, le sue pupille dilatate incontrano il mio sguardo. Un’occhiata veloce, ma sufficiente a capire il messaggio silenzioso che circola dai miei occhi ai suoi, velocemente, nell’elettricità attorno a noi.
L’uomo non può vivere. Deve morire. Il destino del toro è comunque segnato. Quello dell’uomo è ancora tutto da scrivere. E, ora, il toro è finalmente in grado di scrivere.
Carnefice che diventa vittima. Vittima che diventa carnefice.
Dopo alcuni secondi di agghiacciante silenzio, la folla esplode. La schizofrenia dilaga e i ruoli si ristabiliscono. Basta un colpo di pistola perché l’animale si accasci a terra, l’uomo venga circondato da altri uomini e io sia trascinato via.
Gli occhi del toro possono così finalmente fissare l’azzurro di un cielo infinito e, nell’ultimo luccichio degli occhi dell’animale, si intravede una profonda tranquillità.

giovedì 17 maggio 2012

Le Streghe son tornate!








Sfogliare "Le streghe" di Roald Dahl vuol dire ritrovare tra le pagine di un volume ricordi. 
A chi non è mai capitato di trovare in mezzo a un libro vechi segnalibri, bigliettini o cartoline? E chi custodisce ancora tra gli scaffali della libreria volumi di quando era bambino, magari avrà visto sbucare tra le righe di un capitolo o nel mezzo di un disegno una ditata di cioccolato o uno sbaffo di matita colorata . 
Non che i bambini vogliano rovinare o distruggere i libri, ma, da piccoli più che da adulti, i libri si vivono, si interiorizzano e i personaggi della finzione diventano personaggi reali. Per questo motivo la strega cattiva di Dahl  diventa una persona da temere, la maestra Dolcemiele è l'insegnante che tutti vorrebbero, così come la preside Arpia Sferza della Pitzorno è l'incubo fatto persona; la vita di Emil nelle lontani campagne svedesi è la vacanza che ogni bambino vorrebbe passare e galoppare sul cavallo di Pippi Calzelunghe non è poi un sogno così irrealizzabile. 
I bambini mangiano sui libri, li portano a scuola, in gita, al supermercato, leggono mentre aspettano che la lezione di danza o di pallavolo abbia inizio; se li scambiano, quando giocano interpretano la bella protagonista e il rude personaggio maschile che poi, sempre, alla fine, risulta essere l'uomo più interessante e misterioso che ci sia, da amare alla follia... finchè la vita non separerà i sogni dalla realtà. 
E si cresce - anche se molto probabilmente la maggior parte dei colpi di testa delle donne in età adulta si sarebbe potuta evitare, se soltanto i personaggi maschili delle storie per bambini non fossero stati così accattivanti, affascinanti e misteriosi!

Dunque, "Le streghe"... un libro letto da migliaia, forse milioni, di bambini, che ha dovuto il suo successo allo stravolgimento delle parti, all'ironia tra le righe e al genio di Dahl che ha saputo rivoluzionare il modo di concepire la letteratura dell'infanzia. 
Non più storie moraleggianti con eroi, cattivi, personaggi fantastici e prove da superare; bensì, la vita reale, sottilmente intrisa di magico e una lieve malizia che tratteggia il mondo degli adulti in modo disincantato: i genitori non sono più l'esempio da seguire per aver successo nella vita, il padre non è più la persona che governa la famiglia e il mondo dei bambini è MILLE volte meglio di quello della mamma e del papà. Nel mondo di Dahl i vecchi non si divertono, non capiscono i bambini, sono buffi, stupidi, grotteschi, idioti e spesso ottusi. 
Quindi, perchè crescere? Per diventare come loro? No! Allora, meglio essere trasformati in topi, vivere avventure meravigliose, aiutati da una nonna fantastica il cui lavoro da giovane era cacciatrice di streghe e che, sotto sotto, anche se è diventata ormai una vecchia signora, sempre bambina è rimasta.

Tra le didate di marmellata, scorgo la frase, imparata a memoria, che racchiude il senso del volume; la missione del bambino, oramai trasformato definitivamente in topo e della nonna ultraottantenne diventa scovare tutte le streghe per eliminarle. Entrambi si rendono conto che non avranno un attimo di respiro per molti mesi o forse anni, ma "Nonna, pensa a come ci divertiremo!" "Poco ma sicuro! Non vedo l'ora di cominciare!". 
Cosa significa? Come diceva il professore di un famoso film, Carpe Diem, viviamo ogni momento della vita come se fosse l'ultimo, nella speranza di non crescere, perchè solo sfruttando appieno, come le chiamano i bambini, le fantastiche avventure della vita riusciremo a crescere senza trasformarci negli adulti noiosi e grigi dei libri di Roald Dahl.











martedì 15 maggio 2012

Virginia Woolf e Rachel Vinrace allo specchio



Rachel Vinrace è la protagonista di “The Voyage Out”, il primo romanzo di Virginia Woolf, romanziera, saggista e fervente femminista del 20° secolo. Una nave da crociera e un hotel di lusso nella giungla del Sud America sono lo sfondo per le vicende umane e sentimentali di Rachel, giovane appartenente alla borghesia inglese, in viaggio con gli zii, Mr. e Mrs. Ambrose. Rachel si imbarca per l’America sulla nave di suo padre e il viaggio assume ben presto le sembianze di un cammino di formazione e maturazione personale. 
Il primo cruciale incontro è quello con Mr. e Mrs. Dalloway. La coppia, inconsapevolmente, comincia a plasmare la personalità emozionale e politica della ragazza: Mrs. Dalloway le apre la mente per quanto concerne l’indipendenza della donna all’interno del matrimonio; Mr. Dalloway, invece, la rende consapevole della sua ignoranza in materia di politica, libri, società, amore e matrimonio. È proprio attorno questi temi che ruota lo sviluppo del romanzo; Rachel, grazie ai successivi incontri, scoprirà poco a poco la realtà che la circonda e giungerà alla piena maturazione.
Scoprirà che niente è ciò che sembra, meglio, quello che la società vuol farle credere: nessuno può imporre la propria visione del mondo nella sua mente libera e determinata. In questo modo, Rachel acquisterà sempre più i modi di agire e i tratti più marcati della moderna indipendenza.  A questo punto, Rachel è di fronte a una scelta fondamentale: accettare il matrimonio e i valori della società borghese cui appartiene, oppure restare libera e rifiutare ogni aspetto delle istituzioni preconfezionate. La protagonista fa la sua scelta: decide di sposarsi con l’uomo che ritiene capace di darle sicurezza, amore e libertà.
Il lieto fine parrebbe scontato poiché tutti i personaggi del romanzo hanno fatto le loro scelte e posseggono i mezzi e le capacità per concretizzarle. Il destino ineluttabile, però, interviene per dare una svolta alla vicenda: Rachel contrae una malattia tropicale e, nel giro di pochi giorni, muore.  Gli zii, il futuro marito e gli amici si trovano disorientati di fronte a ciò che appare come una tragedia senza un motivo apparente. La ragione per questa morte, tuttavia, sussiste e va probabilmente ricercata nella trama stessa del romanzo. Fino alla conclusione noi lettori non sappiamo cosa aspettarci: Rachel morirà o tutto si concluderà per il meglio? E, sulla scena della morte, una domanda sorge spontanea: perché Rachel non può sopravvivere?

        Il finale è definito “lieto” quando tutti i personaggi raggiungono i loro obiettivi e la società si fonde in un’invidiabile armonia. Questo genere di situazione fa però sorgere un dubbio: può effettivamente una coppia essere “per sempre felice e contenta”? Nel mondo delle fiabe potrebbe essere una condizione facilmente attuabile, ma Rachel e le donne sue contemporanee vivono in un mondo fin troppo reale. Rachel deve morire perché il lieto fine non può esistere nel mondo reale; la tragicità della vicenda ritengo però non si debba identificare come la fine di ogni cosa, ma come la nascita di nuove consapevolezze.
I dubbi che in ogni caso permangono alla conclusione del romanzo sono appunto i dubbi che Virginia Woolf voleva instillare nelle sue lettrici: se le donne lottassero, potrebbero raggiungere la loro libertà? Non dimentichiamoci, a questo proposito, che Rachel, morendo, rinuncia alla forma tradizionale di lotta per l’emancipazione.
“La commedia procede di solito verso un lieto fine” (Frye), atteso dal pubblico Questa aspettativa per un finale felice che il pubblico pretende veder realizzata  fa sì che l’autore forzi il finale verso una realizzazione positiva: i lieti fine così, non paiono reali, ma semplicemente desiderabili e “sono spesso il frutto di un artificio” (Frye). In questo contesto sembra che l’autore forzi il lieto fine e voglia far prevalere a tutti i costi la visione idilliaca che i lettori si attendono a scapito, talvolta, della coerenza letteraria.
Nel romanzo che si sta analizzando, il lieto fine, come abbiamo visto, non esiste: la scrittrice non si inventa alcun artificio pur di soddisfare le aspettative del lettore. Rachel e Terence vogliono farsi portatori di una moderna alternativa al matrimonio, considerato forma arcaica e superata di un potere prestabilito. Rachel considera la sua condizione di donna nel mondo: il matrimonio tradizionale involve una discendenza ed è proprio su questo punto che l’attenzione andrebbe concentrata; Rachel non vuole una discendenza in un mondo dove le donne rimangono oppresse dal giogo maschile e gli uomini schiacciati dal parere dei padri e della società: “we should live separate; we cannot understand each other; we only bring out what's worst” (Woolf 98). La protagonista ha paura che suo figlio possa trovarsi rinchiuso in una gabbia senza via d’uscita, condannato ad espiare le colpe dei padri, esattamente come la generazione di Rachel e Terence: “I won't have eleven children," she asserted; "I won't have the eyes of an old woman (…)” (Woolf 184).
La morte di Rachel potrebbe quindi rappresentare la sua volontà di cambiamento, reputata irrealizzabile; la ragazza però non è debole perchè si rende conto che l’epoca e il contesto culturale, ancora influenzati dall’ epoca vittoriana, non sono il clima adatto perché cambiamenti epocali possano aver luogo.  
Rachel infine muore anche per Terence  che, essendo uomo, non è pronto al sacrificio totale e preferisce trovare un compromesso con il mondo; nel suo grido liberatorio finale (“Rachel! Rachel!” (Woolf 219) troviamo tutta la sua rabbia verso la morte così brutta e inaspettata. Al contempo, però, siamo consapevoli che la rabbia quale sentimento estremo, lascia ben presto il spesso alla rassegnazione. 

       Terence, nonostante le apparenze è comunque un portatore dei valori maschilisti della società a cui appartiene. Nonostante la sua affermazione che Rachel dopo il matrimonio “will be free” (“You’re free and I’d keep you free. We’d be free together. No happiness would be like ours”  He opened his arms wide as if to hold her and the world in one embrace.”), dichiara anche: “I believe we [men] have the sort of power over you that we are said to have over horses” e “Answering notes is a feminine duty”. Probabilmente vorrebbe essere diverso ma l’influsso della società è ancora forte su di lui. Per questo motivo sappiamo fin da subito che la completa serenità non potrà mai esistere – l’artificio della felicità non può essere compiuto nella vita reale.
Possiamo azzardarci ad affermare che la morte di Rachel rappresenti una fuga?  La società rimane intatta nel suo profondo essere perché tutti i personaggi del romanzo continuano le loro “normali” e abitudinarie occupazioni.
La causa della morte di Rachel potrebbe risiedere nelle sue aspettative, forse troppo fiduciose, che qualcosa possa effettivamente cambiare: nella sua delusione si può trovare la ragione della sua morte.
Il desiderio di matrimonio è sempre presente nella donna, una possibile ritrosia va ricercata nei personaggi maschili. Contrariamente, in The Voyage Out, è nel personaggio di Rachel che troviamo un ripensamento; Terence non si pone troppe domande e dà quasi per scontata la loro unione. In questa sua immaturità troviamo la persistenza di una tradizione arcaica nel modo di concepire l’unione di tra due persone:  l’idea che due giovani arriveranno ad amarsi col tempo è insita in Terence. Rachel, al contrario, vuole essere sicura che il matrimonio non impedisca la sua libertà, sia un’unione felice e serena per entrambi fin da principio.   
Rachel sa di non poter sfuggire alle sue azioni e sa che deve pesare ogni suo passo: non può permettersi azioni avventate che possano compromettere la sua stabilità. Anche per questo motivo decide ad un certo punto che sposare Terence non sia più una buona idea; forse non ha ancora avuto sufficiente tempo a disposizione per soppesare l’importanza di tale decisione. Infatti, tutti e due hanno paura che in breve tempo si possano ridurre come la coppia di amici del giovane (“The end of it is, you see, Hugh went back to his wife, poor fellow. It was his duty, as a married man. Lord, Rachel," he concluded, "will it be like that when we're married?") La noia e la routine potrebbero generare situazioni con sviluppi imprevedibili. Di conseguenza, potrebbe la morte di Rachel essere attribuibile alla sua consapevolezza ma anche il rifiuto di far parte del mondo reale e della società? La nostra protagonista è di fatto insofferente verso le imposizioni sociali, quantunque da un lato le assecondi.  
       Da un lato, Rachel potrebbe ricordare la famosa eroina dello scrittore francese Gustave Flaubert, Mme. Bovary, che sogna di vivere in un altro mondo, quello edulcorato dei suoi sogni. Anche Rachel è insoddisfatta nei confronti del mondo che la circonda ma, al contrario di Emma, lei non fantastica di appartenere ad un altro strato sociale. La protagonista di “The Voyage Out” vuole, infatti, essere libera; non vuole scegliere una gabbia dorata, vuole semplicemente scappare dal giogo che la opprime: la sua ambizione non è fuggire in una diversa sorta di prigione: “Her mind wandered away from Nora, but she went on thinking of things that the book suggested to her, of women and life. (Woolf 76) e “"I feel like a fish at the bottom of the sea." (Woolf 106).
Pertanto, Rachel Vinrace potrebbe morire perché non riesce ad essere libera? Eppure, non è una peculiarità della donna moderna la tendenza alla lotta? Se Rachel volesse essere una donna moderna come afferma, dovrebbe, di conseguenza, lottare, non essere una vittima delle circostanze.

Rachel muore – deve morire – perché Virginia Woolf non può offrire al lettore l’illusione che la felicità interiore e l’armonia con il mondo possa essere raggiunta grazie al caso o per una fortunata serie di eventi: deve morire per dimostrare che ognuno deve lottare per i valori in cui crede. E la lotta non è semplice.
Nella morte della ragazza vediamo l’impossibilità di conciliare i desideri e i sogni di una nuova generazione che si vuole distaccare da un mondo che non riconosce ma a cui, allo stesso tempo, appartiene.
Rachel deve morire perché il lieto fine non può esistere nel mondo reale in cui vive.